Poco male se ho dovuto attraversare il vicolo della movida cittadina, che è come andare allo zoo o meglio, leggere un bestiario medievale, ricco com’è di variazioni sul tema “homo gaudens”: fighetti, tamarri dei quartieri popolari e giovani rampanti (!) soprattutto.
(Non è grave, basta iniziare ad accettarsi per come si è per poter stare in mezzo alla gente con minor disagio – vocina interiore). Pensiamo di essere in ritardo, invece scopriamo di essere in anticipo per via della serata di tango che precede l’evento. Sopporto stoicamente la mezz’ora di attesa condita da discorsi vacui che colgo solo a metà per via della vocina di cui sopra, che continua a dispensarmi consigli su come vivere. Consigli che invece di mettere prontamente in atto seziono meticolosamente con il bisturi della logica: lo strumento della liberazione si trasforma, per mio vizio, in occasione di ulteriore soggiogamento. Poi, * pof *, qualcuno si accorge che sono animato e mi rivolge la parola: – Tu sei un nostro collega? – No, guarda, io sono un pezzo d’arredamento urbano. Vedi: m’intono perfettamente col cassonetto… è quello che penso di dire, ma la lingua biascica qualcosa per conto proprio.
Fortuna che la ragazza del Rancido porta le birre e me ne porge una. Santa donna, nemmeno ci conosciamo e mi offre una birra: in quel momento decido che la amo, fanculo al Rancido con la faccia da mammutones.
***
Finalmente si entra, non sarò più costretto ad aprir bocca controvoglia. C’è ancora un paio di tàngheri (notare l’accento) che si dimena; non si potrebbe definirli una coppia: lui è un vecchio porco, lei è molto giovane, truccata come una puttanella… in effetti sono proprio una bella coppia. La sala è di forma quadrata, a giudicare dall’aspetto ricavata da un vecchio cortile con tanto di portico. Di colpo qualcuno con troppe vene varicose decide di trasformare il concerto in un sit-in. L’ultima volta che mi sono seduto ad un concerto è stato ad una rassegna organistica: iniziavo a pensare che più la musica è datata, più si rende necessario percepirne le vibrazioni con altre parti del corpo. Troppo metal, evidentemente.
Sul palco (che in realtà è inesistente) sale uno sfigato che comincia ad armeggiare con le chitarre e con il groviglio di effetti e pedaliere sparse per terra. Una di queste ha proprio la funzione della pedaliera in un organo (ecco perché siamo seduti!). Tutti pensano che sia il tizio che accorda le chitarre e batte sui microfoni. Invece no, canta proprio. Canta, suona, percuote e urla dentro la chitarra. Se lo fai lui è un pazzo, perché è sfigato, brutto e non c’ha manco le scarpe e per di più c’ha le calze bucate; se lo fa Kaki è fantastica, perché lei è tutto il contrario. Ha anche le calze buone, ne sono sicuro.
Ok, non male, musica sfigata – da par suo – ma un piacevole trastullo per lobotomici.
***
Sale una tizia pallida con i capelli neri, tra la gente serpeggia il dubbio – “è lei? ma no, non lo è... secondo me è lei…” – da un angolo partono degli applausi subito zittiti dalla tizia, imbarazzatissima. Penso che avrebbero applaudito anche se sul palco fosse salito un pachiderma in tutù.
Bene, per fortuna non si fa attendere molto. Saluta brevemente, sistema il microfono, la sedia. Nei (nel?) video ha un aspetto più mascolino e da dura, di persona è tutto il contrario – saranno gli occhiali? Non ha nemmeno quell’aura da star che allontana l’artista dal pubblico: è una ragazza normale, vestita in modo normale che però tira fuori suoni anormali dalla sua chitarra. Il primo pezzo è su una steel guitar; la sua tecnica fa molto uso di effetti elettronici e loop, ma anche di espedienti più acustici come battere sullo strumento e raschiare sulle corde. Intanto il brano è finito con un’esplosione atomica in sordina (come fa?!). Cambia chitarra – la stessa che si vede nel video – e stupisce tutti con il suo tipico modo di suonare che è diventato la sua firma: con la mano sinistra sopra la tastiera! Uno spettacolo per gli occhi, oltre che per le orecchie, un suono inconfondibile. Fantastico… dopo “My Insect Life” nel locale si diffonde un’atmosfera di pace&amore globale, ci si vuole tutti bene, anche se non ci conosciamo. Non ci sono abituato, troppo metal, evidentemente. Alla fine del brano giunge un “i love you” da qualche parte tra il pubblico. Kaki risponde con un “i love you too” mentre accorda la chitarra e inizia il pezzo seguente. Segno che è riuscita a trasmettere il messaggio del tour: Everybody Loves You. Normalmente tutto questo sfogo di buoni sentimenti m’avrebbe fatto venire il diabete fulminante, ma stasera è diverso. Non c’è niente di melenso, niente sentimenti eccezionali, è una cosa del tipo: amore come “essere ben disposti verso gli altri”. Anche quando invita a non far uso di droghe, lo fa sinceramente, ma senza quel buonismo oppressivo dei media.
Sublime serata. Quasi quasi voglio bene anche ai fighetti là fuori. Poverini, in fondo non è colpa loro se sono così...
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